La mattina siamo andati a fare colazione nella pasticceria vicino a casa. Eravamo io, lui e mio fratello.

Offro io, oggi è festa“. Se offro è perché ho voglia di festeggiare…o di stare meglio.

Già appena sveglia avevo accusato una stanchezza indescrivibile, erano mesi che non si capiva ancora cosa avessi, ero stata dimessa da poche settimane dal secondo ricovero. Mi sento pesante, sono triste. “Quest’anno non ho neanche festeggiato Halloween”, penso tra me e me.

Prima di andare via dalla pasticceria, scatto una foto a delle pigne secche usate per decorare il fondo di un vaso di piante, lì, all’entrata, vicino alla casa.

Mi manca la mia macchina fotografica, quando riprenderò la mia vita?“, continuo a pensare.

Mi riaccompagnano a casa e mi sdraio nuovamente sul divano, quello che ormai facevo da settimane, perché avevo difficoltà a fare passeggiate troppo impegnative.

Papà ha preparato il pranzo, “Tony rimani, dai”, “Ale, cosa vuoi nella pasta?” e così via, ma sono debole, debole, e mi sento così pesante, lasciatemi nel divano, faccio fatica a respirare.

A volte mettiamo da parte la nostra sofferenza pur di lasciare che chi amiamo conduca una vita normale, che possa sedersi a pranzo senza problemi, che possa rilassarsi per qualche minuto.

Mi bastava stare sdraiata, sarebbe passato tutto, erano mesi che stavo male, non potevo stare peggio.

Tony entra in soggiorno, mi guarda, io lo so che soffre, glielo leggo nei suoi occhi chiari, i più belli della mia vita, quegli occhi che sorridevano sempre e che ora mi guardano trattenendo la preoccupazione. Lui è forte, lui che piange pochissimo, lui che è la mia ancora.

“Sto male”, gli dico, “Non ho la forza di mangiare”.

E’ sconsolato, si sente impotente, lo so, leggo anche questo.

In casa non si mangia più sereni da mesi, non si ride, non si parla più tanto, il sonno è tormentato.

Oggi è anche peggio.

“Chiama l’ambulanza”.

Da quel finestrino ho visto il cielo azzurro del primo novembre. C’erano delle nuvole bellissime, io adoro le nuvole. Le amo da quando sono piccola, con mia madre ci divertivamo a dare una forma ad ognuna di loro. Le nuvole sono lì a ricordarci quanto sia bello il mondo…e quanto siamo piccoli noi. Quando ho preso per la prima volta l’aereo, ho pianto dalla felicità perché “le stavo attraversando, stavo attraversando l’alba e le nuvole”. 

“Stiamo viaggiando lungo il Poetto”, pensavo, “Quando rivedrò il mare? Lo rivedrò, vero?”, e stringevo la mano del volontario di turno. Non ricordo se fosse uomo o donna, ricordo che non avevo voglia di parlare, pensavo, pensavo, credevo che le mie risposte sarebbero arrivate telepaticamente.

Quando mi scoprirono il braccio per prendermi la pressione, quella scritta era là, il tatuaggio dedicato a mia nonna, a ricordarmi che non ero sola.

“Respira, respira lentamente, respira come hai imparato a fare con la meditazione”, mi dicevo.

Perchè tutto quello che hai imparato nella vita, anche quando pensi che non riuscirai ad usarlo, perché io dovevo farli quegli esercizi di meditazione, io lo volevo fare lo giuro, ma non ci riuscivo mai, ecco ora devo farli, devo respirare, come si faceva? Non ho la testa, non riesco a concentrarmi, ma io ora sono in debito di ossigeno, devo tranquillizzarmi.

Dirti che ti devi tranquillizzare è la cosa peggiore da fare, perché non riesci a concentrarti, entri in cortocircuito e fai il contrario di quello che dovresti fare. E’ lo stesso principio della gaffe, “non devi nominare quella persona di fronte a lei”…e finisci per nominarla. Così è quando ti imponi di rilassarti: non ti rilassi.

Nella mia testa passavano mille pensieri, pensavo a quanto fosse felice la mia vita prima, quel lavoro perfetto, una famiglia perfetta, tutto perfetto. Il sole, il mare, ho lasciato tutto là. E le nuvole che scorrono ancora e io non ho forza.

Un trombo è arrivato sino al polmone.

Oggi la mia nuova vita compie un anno. Un anno dove ho rimesso in ordine i pezzi del puzzle che stavo finendo di comporre, ogni giorno. Perchè ogni giorno è una lotta continua, una lotta contro quei ricordi che mi tengono compagnia il giorno e mi assillano la notte, prima di dormire. Una lotta per rimettere l’anima in equilibrio.

Ho perso amici. Ho perso la mia spensieratezza. Ho perso tanto lavoro. Ho perso una strada che era confezionata per me. Ho perso per un anno intero la possibilità di prendere l’aereo, ho perso la mia indipendenza.

Ma potevo perdere la cosa più importante: la vita. 

Oggi la mia nuova vita compie un anno. Io ho abbassato il sedile della macchina, mentre rientravamo a casa, io, lui e la mia tristezza, ho meditato sul cielo terso ed un sole caldo, caldo, lo stesso che mi ha riscaldata un anno fa. Alla radio passavano Teardrop dei Massive Attack…

Secondo me dentro la pancia i bambini sentono proprio questo, l’atmosfera è proprio questa“, ho esclamato.

Abbiamo attraversato la strada che separa le saline, una a destra, una a sinistra. Un anno fa la mia vita era come quella strada: da una parte la felicità, il passato, dall’altra la paura, il buio.

Quando penso alle mie difficoltà quotidiane, ai dubbi che mi assalgono come ogni essere umano, penso a  quel lungo viaggio in ambulanza. Ho superato quello, perché non potrei superare anche questo?

E allora osserva, osserva ciò che hai, è la tua forza, ricorda che finché potrai sostenerti sulle tue gambe, tu potrai compiere passi grandiosi. Cadrai, sbatterai e ti farai davvero male, ma tu prendila di petto questa vita. Sbaglierai, bene, e allora? Senza errori non puoi imparare, non puoi crescere. E allora sbaglia! Solo chi osa, solo chi rischia, sbaglia ed impara. 

Ogni giorno sarà molto più difficile di una singola sfida da affrontare da supereroe. Ogni giorno è, per me, per te, molto più difficile di una lotta improvvisa, dove sei quasi costretto a mettere in atto strategie che pensavi di non avere, nell’arco di un millesimo di secondo, perché è “l’unica cosa da fare“. Ma la vera guerra è vivere ogni santo giorno, affrontare le difficoltà economiche, le delusioni, gli amici che perdi, le bugie, le sofferenze e spesso ti chiederai, come mi sono chiesta io tante volte, dove hai messo quel coraggio che hai usato in quel momento, dove è andata a finire la tua forza, quali erano le motivazioni che ti hanno spinto a non mollare.

D’ora in poi, so e sai che ogni giorno è una tempesta.

Il mio compito, il tuo compito è quello di attraversarla, questa tempesta: il mondo è dei coraggiosi.

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